L'Estate di Ieri...
Fienagione.
Ai primi di luglio si metteva mano alla falce fienaia: si partiva fin dal mattino presto per dare inizio al taglio dell’erba dei prati bassi. Appena si finiva di tagliare il fieno nelle zone più basse, a gruppi si saliva in alta montagna. Se il prato era in pendenza si andava su e giù senza fermarsi, ma se era accidentato si doveva tagliare l’erba a mano, in ginocchio. Come correndo per tutta la giornata si andava su e giù: in un batter d’occhio un’immensa distesa di erba era disposta in lunghe file, allargate dalle donne che sopraggiungevano fornite di bastoni e forche. Era caratteristico vedere la gente sui monti a raccogliere il fieno; la visione faceva pensare ad un formicaio: chi rastrellava, raccoglieva e legava il fieno nelle TROUSES (mucchi di fieno), chi tirava la slitta che le trasportava da un posto all’altro, chi le faceva scivolare giù per il pendio fino alla strada, da dove venivano caricate sulle slitte o sui muli, chi martellava la falce.
Semina & Raccolta della segala.
Tra i mesi di luglio e agosto si zappavano i campi per poter seminare la segala, che sarebbe stata raccolta nel settembre dell’anno successivo. La semina della segala e degli altri cereali veniva fatta su un terreno zappato con la “PICO”, un utensile dotato di una sola punta di ferro. Nei campi poco pendenti si lavorava anche con l’aratro di legno. Verso la fine di luglio la segala, seminata nell’annata precedente, cominciava a maturare nelle frazioni meno elevate, più assolate, come Brione, Molini e Traverse.
Mietitura.
Nel mese di agosto quasi tutta la popolazione era impegnata nella mietitura: chi tagliava, chi legava e componeva i covoni. In seguito all’essiccatura si stendevano sul terreno alcune corde e si poneva sopra un lenzuolo con cui si avvolgevano e legavano i mucchi di covoni. Il trasporto sui solai era fatto a spalle o anche con muli e somari. Il grano raccolto nei campi, era depositato nei solai, e verso la metà di settembre si battevano le spighe. Si metteva una grossa pietra per terra, poi si prendeva un covone alla volta e si percuotevano le spighe finché non usciva la cariosside. A questo punto, la paglia battuta veniva legata in fascine e collocata sotto il tetto, e in seguito verrà utilizzata come giaciglio per il bestiame. Le donne si occupavano poi di liberare il grano dalle scorie, il quale veniva successivamente esposto al sole per l’essiccatura. Il grano era poi riposto nei sacchi e portato alla macina alla frazione Molini o a Chiosso Sottano, per ricavarne la farina, dalla quale si doveva poi ancora separare la crusca, passandola con il setaccio.
Pascolo.
Al levar del sole, i pastorelli e le pastorelle, di età compresa tra i 7 e i 12 anni, partivano con il loro bestiame e a tracolla il sacchetto per il pranzo. Portavano con loro anche una mantellina, che sarebbe servita per ripararsi dalle eventuali intemperie della giornata. Prima di lasciarli partire, le mamme davano uno sguardo al Pelvo e, nel caso in cui era coperto dalla nebbia dicevano “LU PELVO A LU MANTEL E LU CHERSUEI LU CIAPEL; MON CAR FIET, PASTURET, PORTETE LU MANTELET” (il Pelvo ha il mantello e il Chersogno il Cappello; mio caro figlioletto, pastorello, portati il mantello). Giunti al prato con le bestie, munite di un campanello attaccato al collo, i pastori più grandi lasciavano libere le mucche loro affidate, mentre i più piccoli non le abbandonavano per paura che accadesse loro qualcosa. Durante il giorno i pastori si divertivano tirandosi zolle di terra oppure bagnandosi con l’acqua raccolta nei pozzi per abbeverare il bestiame.
Al calar della sera si riprendeva la via del ritorno.