Il Libro Magico
Il cosiddetto libro magico era di proprietà di un prete del paese, ma nessuno sapeva come ne fosse entrato in possesso. Alcuni avanzarono l’ipotesi che era stato qualche diavolo, non proprio malvagio, o qualche santo, non completamente buono, a donarglielo.
Era un libro in carta pecora, vecchio, scritto a mano con caratteri misteriosi e un’infinità di simboli strani e figure mostruose, con pagine vergate di un rosso, che sembrava sangue. Il prete lo teneva sempre con sé e, a forza di sfogliarlo, aveva scoperto tutte le formule e i segreti che conteneva. Questo libro dava al possessore, che lo sapeva interpretare nel modo giusto, la possibilità di fare qualsiasi cosa che gli veniva in mente, di provocare fenomeni spettacolari, come oscurare il sole e la luna, incendiare con i colori dell’aurora il cielo a settentrione, suscitare il vento, scatenare gli uragani e, addirittura, rimuovere le montagne.
Il libro magico però servì anche come aiuto agli abitanti di Elva, in quanto attraverso esso si potevano regolare il calore del sole, l’armonia delle stagioni, si dissolveva la nebbia, si misuravano pioggia, vento, e neve, e si disperdevano le MASCHE, cioè i fantasmi.
Si dice che, a volte, il prete si divertisse a far spaventare i suoi compaesani. Una volta, infatti, trasformò, per qualche istante, il Pelvo in un vulcano che eruttava nuvolette dalla fenditura sulla Roccia dell’Asino, la cui profondità si dice che raggiunga gli inferi, e la gente gridava che era arrivata la fine del mondo.
Un giorno, il prete dovette assentarsi dal paese e fece giurare alla perpetua che non avrebbe mostrato il libro a nessuno. Questa però, nonostante tutte le raccomandazioni del suo superiore, diede il libro al giovane curato, che sostituiva temporaneamente il prete per farglielo interpretare e per capire una volta per tutte che cosa contenesse di tanto speciale. Il giovane tentò di leggerlo, ma siccome non lo interpretava nel modo giusto, in un attimo si scatenarono orribili fenomeni.
Il cielo impallidì, il sole divenne rosso, uomini e donne iniziarono a saltare, ballare e a fare piroette senza fermarsi, gli animali da stalla scorrazzavano di qua e di là con gli occhi stralunati. Quando il curato arrivò alle pagine rigate di rosso, il cielo si riempì di lingue di fuoco, cupi boati smossero le montagne, dalle fonti sgorgarono acque livide, dappertutto si diffuse un fortissimo odore di zolfo, mentre sui volti degli abitanti che danzavano sfrenati apparve un ghigno malefico e sui capi di alcuni spuntarono anche delle protuberanze ossee. Per fortuna il prete stava tornando e appena intravide, dall’alto del Colle della Cavallina, quanto stava accadendo, di gran corsa raggiunse la canonica, dove impossessatosi del libro riuscì in pochissimo tempo a rimettere tutto quanto al proprio posto.
Da allora in poi tenne sempre il libro sotto chiave e quando morì, dispose che l’oggetto infernale fosse murato in uno dei pilastri che sostengono il porticato della cappella di San Pietro e Paolo a Goria.